martedì 30 ottobre 2007

Le ferite e i traumi irrisolti che generano il bisogno d’identità

Le ferite e i traumi irrisolti che generano il bisogno d’identità
Simonetta Sanna, La Nuova Sardegna, 30 ottobre 2007
Domenica scorsa, alla settima «Mostra del libro in Sardegna», a Macomer, ho partecipato alla presentazione di «Cartas de logu. Scrittori sardi allo specchio» (Cuec Editrice), a cura di Giulio Angioni, libro che raccoglie le riflessioni di quarantadue scrittori sardi sul tema dell’identità. Un tema, l’identità sarda, non solo al centro del dibattito culturale, ma che si riverbera sulla stessa attualità politica, muovendo a raccolta anche le giovani generazioni, per le quali s’intreccia con tematiche ambientaliste e della solidarietà. Ma quali prospettive questo tema apre sul futuro e quali sono le parole e le idee che possono prefigurarlo? [...]
I quarantadue contributi di riflessione degli «scrittori allo specchio» in «Cartas de logu» mi sembrano significativi al punto da essere specchio dell’isola: in alcuni testi la coscienza identitaria continua ad essere avvalorata dalla natura isolana o dagli antichi codici della convivenza collettiva; altri ne individuano le fratture e i traumi irrisolti, nonché gli alti costi individuali e sociali che questi comportano; altri ancora articolano, infine, un netto rifiuto del discorso identitario. Proprio oggi, però, questo netto rifiuto parrebbe contraddetto dal fatto che paesi e mondi lontani sembrano riconoscere la nostra specificità, mentre la nostra letteratura è oggetto di un riconoscimento nazionale e internazionale.
Ecco, io sospetto che questo «riconoscimento» sia legato alla funzione che il «caso Sardegna» svolge in rapporto a queste realtà distanti: quella di rappresentare l’altro da sé, di articolare anche per loro il sogno di una modernità risanata, che annulli l’opposizione fra tempo circolare della natura e tempo lineare della storia, per dare voce al sogno inattingibile di un individuo pacificato con se stesso perché inserito organicamente nella comunità umana cui appartiene e nella natura. Ritengo, insomma, che la letteratura sarda contemporanea continui ad assolvere una funzione «sostitutiva», inserendosi in quella nicchia di mercato riservata qualche anno fa al realismo magico latinoamericano. Nel mondo globale, in sostanza, c’è spazio anche per il prodotto-Sardegna, al di là del valore delle singole opere che, nel tempo e attraverso il confronto, sapranno farsi strada da sé.
In una prospettiva interna all’isola, invece, il discorso identitario risulta a mio parere perdente. Iscritto come è nel cerchio di rispecchiamento/riconoscimento, rappresenta se non una «forma di eutanasia», come ritiene Marcello Fois, quanto meno una forma di mistificazione, come sostiene Salvatore Mannuzzu. Ma guardiamoci intorno: le condizioni oggettive di cui parla Aldo Accardo, in «L’isola della rinascita» (1998) sono forse mutate, la debolezza costitutiva della borghesia sarda, dagli imprenditori agli intellettuali, è forse superata? I primi continuano a fare affidamento sugli incentivi pubblici, amministrati da una classe politica nuova e vecchia che si riconosce ancora nello scambio fra consenso e distribuzione della spesa pubblica, mentre gli intellettuali o la stessa società civile risultano indeboliti nella loro essenziale funzione di valutazione critica dall’uso clientelare del potere anche in rapporto con le competenze e i saperi.
Sul piano più generale, invece, la dissonanza fra la recente sentenza del giudice tedesco, che ci vede come noi stessi spesso ci rappresentiamo, e la pur meritevole nuova «Grande enciclopedia della Sardegna» - che «sintetizza ogni elemento di qualche importanza che caratterizza l’universo regionale», perdendo talora di vista il nesso fra il particolare e la valenza universale e dunque finendo per rafforzare non l’identità, ma la trama del «romanzo familiare regionale» - è meno grande di quanto non sembri. Per quanto le nostre ferite collettive ci rendano unici e diversi, neppure noi possiamo sottrarci alle dinamiche delle moderne società di massa, che risultano tanto più virulente quanto meno sono riconosciute come tali. E’ Freud a insegnarci, in «Psicologia delle masse», come sia soprattutto una società «traumatizzata» ad avere bisogno di leader che sollecitino le sue paure e le sue ansie di riscatto. Se però la società non si emancipa da tali dinamiche, rimanendone prigioniera, allora non solo non se ne avvantaggia, ma regredisce ad una condizione infantile. Pertanto, quale futuro si prepara a quest’isola che finalizza agli scopi di una politica identitaria post-moderna schemi e stilemi identitari premoderni, sfiorando talora situazioni di vera e propria psicosi collettiva, mentre continua la sua marcia verso la (post)modernità? Sono dinamiche che andrebbero disinnescate col contributo attivo soprattutto degli intellettuali critici, ma su cui chiunque abbia a cuore il futuro della nostra isola deve meditare.
Personalmente ritengo che il futuro e le parole e le idee per immaginarlo non procedano dall’isola e dalla sua coscienza identitaria, ma dal confronto con l’Europa, con la cultura garantista e democratica dell’Europa moderna, con la sua politica della regolamentazione capace di produrre una logica unitaria volta ad introdurre più equità e giustizia sociale e regole più trasparenti, insomma, nuove buone pratiche fondate sul merito, con la rispettiva cultura della responsabilità sociale e della valutazione. Dall’Europa e dalla stessa globalizzazione, vale a dire dagli anticorpi che questa sta generando in ambito planetario, da cui - se tutto va bene - conseguirà una ragionevole tutela di ogni particolare proprio perché se la «realtà» coincide con le sue rappresentazioni, questa sarà tanto più ricca, articolata e vitale, quanto più saremo in grado di salvaguardare le differenze, sulla base di una «pacata consapevolezza della forza interiore» e quindi di ogni «assenza di ostilità» (Giuseppe Marci in «Cartas de logu»).
Europa e globalizzazione potranno altresì rappresentare quella grande cornice di riferimento entro cui ripensare le idee e le parole che definiscono la nostra identità, consentendo di passare da un’ideologia fondata su radici (le tradizioni, il sangue e le generazioni passate: il tempo) e terra (lo spazio vitale), che ci ancora nel tempo e nello spazio, a nuove immagini, più adatte all’universo fluido in cui operiamo, come ad esempio l’àncora stessa suggerita da Zygmut Bauman: se le radici predeterminano la struttura della pianta futura, nonché la vita, se alimentate, o la morte, se recise, l’àncora può essere issata e gettata, mentre i porti cui la nave della vita attracca ben rappresentano l’intreccio di continuità e discontinuità che ci costituisce, favorendo così quella nuova percezione individuale e collettiva, capace di generare una «pacata consapevolezza» e un’«assenza di ostilità» nel confronto con i propri simili e con i diversi.
Gli intellettuali che, anche in Sardegna, osserveranno fedeltà alla loro funzione critica, senza farsi irretire nelle reti del dare ed avere, nelle forme distorte di «riconoscimento», potranno contribuire a questo necessario cambiamento, anticipando il futuro nell’oggi e nutrendo fattivamente la speranza di una modernizzazione del «sistema Sardegna», di una modernità risanata nel dialogo con le altre culture e insieme a partire dalla valorizzazione degli elementi migliori della nostra tradizione.

1 commento:

Paolo ha detto...

Con questi due articoli tratti dalla Nuova e con quelli apparsi oggi sull'Unione (intervista a Michelina Borsari e a Mario Argiolas) che immagino stiate per postare, il dibattito si arricchisce e l'attenzione della stampa sul festival si rafforza. Queste interviste che ho appena letto credo susciteranno parecchi commenti.